Formazione Psicologica

Relazioni familiari e condizionamento psicologico

relazioni familiari

Come interviene la psicologia relazionale nei problemi familiari

La storia familiare nel passaggio da una generazione all’altra viene tenuta insieme da trame invisibili che fanno da collante e tengono saldo il senso di appartenenza alla famiglia, nel susseguirsi delle generazioni. Ogni individuo, quindi, pur essendo l’artefice della propria storia partecipa con il suo ruolo alla messa in scena del copione familiare nel quale ciascuno nasce con un ruolo ben definito e dovrà implicitamente soddisfare delle aspettative familiari e sottostare in modo più o meno consapevole a valori, comportamenti e rituali trasmessi nelle generazioni. 

Possiamo considerare la famiglia come un’organizzazione complessa, nella quale si intersecano storie individuali, esperienze condivise, relazioni e legami intergenerazionali. Il tutto sviluppato su tre dimensioni temporali: passato, presente e futuro.
Sarà proprio il passato, che ciascuno si porta come un bagaglio proveniente dalla propria famiglia d’origine, che influenzerà sia il presente che il futuro.

Maurizio Andolfi (2015) in proposito scrive:

nascere è come venire catapultati in un libro già popolato di personaggi e di storie, è come stabilire un contatto con una realtà le cui regole sono già parzialmente scritte. La nostra presenza creerà delle modifiche alla trama, anche al finale, ma non saremo mai in grado di separarci dalle pagine che precedono la nostra entrata in scena e saremmo inevitabilmente influenzati da queste pagine di cui siamo figli”.

Sappiamo quanto i modelli familiari trigenerazionali possano condizionare le scelte della vita anche a livello inconsapevole, un argomento che psicologi e psicoterapeuti conoscono bene e con il quale si trovano spesso a confrontarsi nelle storie cliniche dei propri pazienti.

Immaginiamo, per esempio, una giovane coppia appena formata che si troverà a far confluire due complesse storie familiari,provenienti da due diverse genealogie e che, inevitabilmente, influenzeranno la coppia.
In questo caso potrebbero verificarsi due differenti alternative:

I giovani coniugi potranno trovare un compromesso nei valori, comportamenti, educazione etc., appresi nella propria famiglia d’origine, e da tale compromesso potrà nascere il loro personale modello di relazione di coppia.

I modelli di provenienza dei due giovani coniugi potranno entrare in conflitto, e, qualora non trovino un compromesso, nasceranno discussioni e liti che potranno andare avanti per tutta la durata della relazione, fino a comprometterla.

Di conseguenza, in questo caso:

  • potranno entrare in uno stallo in cui resteranno insieme, perpetuando un conflitto in cui ognuno cercherà di far prevalere il proprio modello familiare.
  • il modello familiare più forte avrà la prevalenza sul più debole, creando uno squilibrio in cui il coniuge più debole potrà sentirsi prevaricato.

La strada che prenderanno ricadrà sulla futura generazione che si troverà a dover crescere in una famiglia conflittuale, apprendendo, in questo modo, una gestione conflittuale della relazione di coppia. Oppure, in alternativa, dovranno fare i conti con la rottura del legame, causata dalla difficoltà nel riuscire a costruire un proprio modello di relazione, in ogni caso il legame coniugale che interiorizzano risulterà impoverito.

Quando si incontrano giovani coppie o famiglie in psicoterapia capita spesso di vedere modelli che, non essendo frutto di un compromesso tra i coniugi, provocano nella coppia continui litigi e tensioni che si giocano sul terreno dell’educazione dei figli, sulle scelte familiari, sull’intimità della relazione, ecc.

In questi casi le famiglie d’origine sono ancora prepotentemente presenti, poiché i due coniugi non sono venuti a patti con il proprio legame di coppia e non hanno costruito un proprio modo di stare insieme.

Quando i modelli familiari influenzano ancora la vita delle persone ci sono tantissime implicazioni che condizionano queste trame familiari invisibili, come la scelta del partner, l’educazione dei figli, perfino il lavoro che si sceglie di fare.

Se sei interessato alle implicazioni dei modelli familiari sulla persona puoi ascoltare questa video intervista Facebook Live

Condizionamento Psicologico

Come possiamo riconoscere il condizionamento psicologico?

quali strumenti possono aiutare le persone ad acquisire una maggiore consapevolezza?

Quando parliamo di trasmissione dei modelli familiari ci riferiamo ad una serie di comportamenti e di modalità relazionali strettamente legate ai modelli appresi nelle proprie famiglie d’origine.

Mi riferisco per esempio:

  • Che tipo di compagno/a viene ricercato Il tipo di relazione messa in atto (accudente, richiedente, di sostegno dell’altro, etc.)
  • Richieste verso il partner (prendersi cura, dipendenza, autonomia, etc).
  • Tipo di aspettative proiettate sull’altro (legate per esempio al modello interiorizzato e proveniente dai modelli familiari di appartenenza).
  • Aspetti educativi, emotivi e relazionali legati al ruolo di padre o madre, provenienti dai modelli familiari interiorizzati.
  • Comportamenti relazionali nell’ambiente di lavoro o sociale

Gran parte del modo di agire nel presente ha le sue radici nel passato familiare. Il tipo di persona che si sceglie al proprio fianco, la tipologia delle amicizie, il modo con cui sono educati i figli, sono aspetti che ricalcano delle modalità relazionali vissute nelle famiglie d’origine. Possono sorgere delle reazione istintive verso esperienze che hanno provocato sofferenza o sono state dannose, sulle quali si sviluppa una forma di difesa oppure una ricerca di compensazione, di riscatto da ciò che si è vissuto nell’infanzia.

Mi spiego meglio con un esempio:

può accadere che nella famiglia d’origine si apprenda un modello relazionale di coppia proveniente dall’osservazione dei propri genitori in cui la moglie si prende cura di un marito che crea costanti difficoltà, ponendosi come cuscinetto e mediando nella relazione con i figli per proteggerli dall’inadeguatezza del padre. Ciò può creare nei figli una visione non realistica delle difficoltà del padre poiché l’operazione di mediazione della madre riesce ad avere la sua funzione riparativa.

In tale contesto una volta che i figli saranno cresciuti, potremmo immaginare un diverso comportamento per un eventuale figlio maschio o femmina. Il maschio potrebbe ripercorrere le orme del padre ed avere difficoltà ad inserirsi nella vita, magari perché la madre stessa lo ha cresciuto con un atteggiamento più tollerante, pretendendo meno da lui perché maschio. In alternativa potrebbe diventare competente ed esigente proprio come risposta al comportamento incompetente del padre e per proteggere la madre dalla relazione tra i genitori che ha vissuto negli anni della sua crescita.

Nel caso della figlia femmina ella potrebbe crescere cercando relazioni affettive con uomini incompetenti di cui prendersi cura e ripetendo un copione familiare, legato ad un modello che ha appreso in famiglia, oppure potrebbe, per reazione, entrare in conflitto con un modello femminile (quello della madre) che accetta compromessi per lei inaccettabili e cercare uomini diversi dal padre, sviluppando, di conseguenza, una relazione conflittuale con il padre.

Ovviamente il tipo di reazione che i figli svilupperanno è legata a tante variabili; quali per esempio:

  • il rapporto che ognuno avrà con il genitore dello stesso sesso o con quello del sesso opposto.
  • gli eventi che si verificano in famiglia.
  • il temperamento del figlio 

Sta di fatto che questi comportamenti avranno il potere di entrare nella formazione della personalità e di condizionare le future esperienze e scelte della vita.

Pensate per esempio alla figlia femmina di cui stiamo parlando, ella potrebbe cercare uomini problematici come il padre e di cui deve prendersi cura, collezionando una lunga serie di fallimenti affettivi, oppure essere eccessivamente intollerante ed esigente con qualsiasi maschile con cui entra in contatto, proprio per eccessiva intransigenza verso i comportamenti del padre e per non confondersi con la madre. In entrambe i casi si troverebbe a dover gestire delle difficoltà relazionali che ricadranno sulla sua relazione affettiva e sull’eventuale rapporto con i figli. Tutto ciò avrà implicazioni che si giocheranno nel suo futuro ruolo di madre sia con una figlia femmina che maschio. Inoltre, potremmo allargare ancora la nostra lente e cercare informazioni sulle famiglie d’origine per scoprire che la modalità relazionale di dover gestire un maschile complicato era a sua volta appartenuta ad una nonna.

I modelli familiari spesso agiscono in modo inconsapevole, la persona può integrarli nella propria vita, senza che generino apparentemente dei problemi. Nonostante ciò i condizionamenti psicologici possono agire in modo disfunzionale, sia se creano palesi difficoltà di adattamento o di relazione, sia qualora non la creino. Ciò perché possono comunque essere fonte di alcune rigidità di carattere e di personalità che rendono difficile il rapporto con gli altri. Riuscire a lavorare sui condizionamenti psicologici in questi casi è più difficile poiché non c’è una reale richiesta di cambiamento, in quanto la persona non ritiene che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio comportamento, che possa condizionare le sue scelte.

Prendere coscienza di ciò aiuta ad entrare nelle storie dei nostri pazienti e ci permette di avere gli strumenti affinché possiamo insegnare loro ad acquisire consapevolezza sulle esperienze del passato, che sono così prepotentemente presenti nella loro vita e che possono costituire il motivo per il quale ci chiedono aiuto: come un’ennesima relazione andata male, difficoltà di relazione con i figli, problemi nella vita di coppia. Ci viene chiesto di entrare nelle loro storie proprio perché qualcosa va male. Svelare il meccanismo che le guida può liberare la persona dalle catene invisibili.

Come riconoscere i condizionamenti familiari

Quando dobbiamo chiederci se i condizionamenti familiari stanno agendo sui pazienti?

Possiamo avere una griglia per osservarli, anche se ci troviamo in una terapia individuale e dobbiamo fare attenzione quando si verificano:

  • Comportamenti ripetitivi che creano una disfunzionalità (di funzionamento, di relazione).
  • Impulsività nei comportamenti, mancanza di riflessione (mia madre/padre facevano così allora lo faccio anch’io).
  • Rigidità caratteriale e rigidità al cambiamento.
  • Scarsa consapevolezza del proprio comportamento.
  • Scarsa resilienza; indice che ci troviamo di fronte ad un sistema rigido e quindi poco propenso al cambiamento

Vediamoli nel dettaglio:

Comportamenti ripetitivi

Quando lavoriamo in consulenza o in terapia con i pazienti ci capita di scoprire dei comportamenti ripetitivi disfunzionali, una sorta di coazione, nella quale si ripetono in modo quasi immodificato, e talvolta immodificabile, alcuni comportamenti che condizionano le esperienze di vita, dai quali sembra impossibile sottrarsi. Riconoscere alcuni di questi comportamenti ripetitivi ci dà indicazioni sul funzionamento della famiglia a livello relazionale e strutturale e si può aiutare la persona ad evitare di riproporre nel presente, determinati sfortunati comportamenti e trasmetterli anche alle future generazioni. Talvolta accade che alcuni particolari stili di funzionamento si ripetono nelle generazioni. Numerosi comportamenti sintomatici come le tossicodipendenze, la violenza, ma anche l’ansia si ripetono nelle famiglie di generazione in generazione.

Come vengono notati dei comportamenti ripetitivi bisogna cercare di capire quale sia la capacità di adattamento della famiglia nel presente e suggerire degli interventi che sblocchino il corto circuito.

Per esempio, coloro che chiedono aiuto dopo l’ennesima storia andata male e che sentono il bisogno di indagare sui motivi di tali fallimenti. Lavorando in terapia si ritrova una sorta di drammatica ripetitività. In queste situazioni spesso la risposta può essere rintracciata in modelli familiari; la persona può ritrovarsi a ricoprire lo stesso ruolo che apparteneva ad un componente della famiglia, a volte poiché ricerca una tipologia di maschile/femminile che somiglia ad un componente della sua famiglia d’origine.

Impulsività dei comportamenti e mancanza di riflessione

Quando ci si troviamo di fronte a comportamenti inconsapevoli, sui quali c’è stata scarsa riflessione. Si tratta di comportamenti non elaborati e che ripercorrono, senza averne valutato l’efficienza e la validità, ciò che si è osservato nella famiglia d’origine. Questa è la modalità più comune con cui si trasmettono i modelli familiari invariati nel tempo, che rischiano di diventare sempre più rigidi e, di conseguenza, più difficili da scardinare. Sono atteggiamenti che possiamo riscontrare sia a livello di relazione di coppia che nel rapporto con i figli, spesso con le stesse modalità impulsive e scarsamente analizzate si trasmettono anche i modelli educativi.  

Rigidità caratteriale e rigidità al cambiamento

Spesso le terapie si bloccano proprio quando si scontrano con le rigidità e le resistenze. È allora, a mio avviso, che stiamo entrando in contatto con qualche elemento disfunzionale. In questi casi si tratta di qualcosa di più complesso e più strutturato ma anche più difficile da sradicare, rispetto alla ripetitività dei comportamenti inadeguati. Ciò perché entriamo in una zona più buia: nell’organizzazione della personalità, che si è strutturata in buona parte anche attraverso l’azione prolungata nel tempo delle influenze familiari ed ambientali in genere. Ciò significa che la radice più profonda della persona, il nucleo centrale si è strutturato su tali rigidità che costituiscono delle difese primarie sulle quali si è evoluta nel tempo la personalità.

Scarsa consapevolezza del proprio comportamento

La scarsa consapevolezza, (mia madre/padre facevano così e, quindi, lo faccio anch’io), è indice di una mancanza di analisi del proprio comportamento, che comporta un agire piuttosto inconsapevole anche adottando comportamenti o modalità relazionali che risultano dannose. Ciò significa che la persona senza rendersene conto entra in un circuito di ripetitività che può cronicizzarsi a scapito della possibilità di cambiamento.

Scarsa resilienza

Quando manca la resilenza è indice che ci troviamo di fronte ad un sistema rigido, poco pronto al cambiamento. Di conseguenza anche i condizionamenti psicologici possono avere agito in modo da rendere la persona o il sistema meno propenso al cambiamento. Si tratta ovviamente delle situazioni più vicine alla patologia ma anche più difficili da trattare in psicoterapia sia che si lavori sul sistema famiglia che sulla persona, proprio perché la difficoltà di accettare il cambiamento rende impossibile ogni forma di progresso e cronicizza la patologia. Bowen (1979) affermava che ci vogliono tre generazioni per formare uno schizofrenico, intendendo proprio quanto nei casi di maggiore patologia la cristallizzazione del sistema e la cronicità abbiano la loro maggiore influenza.

Per poter analizzare i condizionamenti psicologici si utilizza il genogramma familiare. Uno strumento grafico che permette di osservare le relazioni ed i triangoli relazionali. Si osserva come si strutturano le dinamiche relazionali tra più componenti della famiglia, sia in ordine verticale che orizzontale per scoprire delle trame invisibili. Il racconto della famiglia o della persona durante il genogramma aiuta ad individuare i riti, i miti ed il copione familiare in modo da scoprire come si trasmettono nel tempo i modelli familiari.

Il genogramma familiare è uno strumento molto utile per indagare in modo approfondito le relazioni familiari ed i condizionamenti psicologici che si trasmettono nelle generazioni, facendo un lavoro che ritornando indietro nel tempo analizza e ricostruisce tutte le implicazioni presenti nei legami familiari trigenerazionali.

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Genogramma Familiare

  • AA. VV. “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: DSM 5” American Psychiatric Association. Raffaello Cortina Editore. Milano.
  • Andolfi M. (2000) “Tre generazioni in terapia: un modello evolutivo di terapia familiare”. In Gruppi n°2. Franco Angeli Editore. Milano.
  • Andolfi M., Angelo C. (1987) “Tempo e mito nella psicoterapia familiare”. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Bowen M. (1979) “Dalla famiglia all’individuo”, a cura di Andolfi M., De Nichilo M., Astrolabio, Roma.
  • McGoldrick M., Gerson R. (1985). “Genogram in family assessment”. Norton and Company. London.
  • McGoldrick M., Gerson R., Petry S. (2008) “Genograms: assessment and intervention”.  Norton and Company. London.
  • Scabini E., Cirillo V., (2000) “Il famigliare: legami, simboli e transizioni”. Raffaello Cortina Editore. Milano.

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